Browsing All Posts By dott. Luca Ceredi

Facciamo chiarezza:

La nomenclatura giapponese relativa all’età delle koi:
Mi trovo a scrivere questo articolo poiché ho notato, con grande dispiacere, che persiste una enorme confusione riguardo alla classificazione delle età delle koi.

Si tratta di un utilizzo scorretto della nomenclatura giapponese che parte proprio dalla scarsa conoscenza di questa lingua ma spesso anche da una classificazione “volutamente ritoccata” per fare sembrare le koi più giovani di quello che in realtà siano.

È indispensabile che tutti, partendo dai professionisti del settore, si rendano conto dell’importanza di un corretto utilizzo della classificazione ufficiale giapponese dell’età delle koi.
Faccio una premessa:

In circostanze normali, le koi si riproducono una volta all’anno e il periodo della deposizione va dai primi di Maggio fino quasi alla fine di Giugno con qualche leggera variazione in base alla zona climatica.

Ad esempio, nella mia koi Farm, tutte le deposizioni avvengono a partire dalla metà di Maggio fino alla fine del mese di Giugno.

Facendo sempre riferimento al mio allevamento, nei mesi di Gennaio e Febbraio, le giovani koi, cresciute rigorosamente all’aperto, misurano circa 12/15 cm.

Queste koi di circa 8 mesi, hanno trascorso quasi la metà della loro vita in letargo invernale.

Secondo la nomenclatura ufficiale, potremmo definirle Tosai poiché non hanno ancora compiuto un anno di età ma, ad essere più precisi, dovremmo chiamarle “ake nisai” letteralmente, “all’alba dei due anni“!

Quindi si tratta di koi che hanno quasi COMPIUTO un anno di età.

Se tutti cominciassimo ad utilizzare correttamente questa terminologia, sarebbe facile farla diventare ” di uso comune” e di semplice comprensione. 

Le mie koi vengono messe in vendita SOLAMENTE a partire dalla prima Domenica di Aprile dell’anno successivo a quello di nascita, dopo aver superato il loro primo inverno sotto il ghiaccio.

Al momento della vendita, all’inizio di Aprile, hanno tra i 10 e gli 11 mesi, e misurano 15/20 cm circa e siccome non hanno ancora compiuto l’anno di età, possono essere chiamate tosai oppure, come abbiamo già detto, ake nisai.

Ci tengo particolarmente a specificare questi dati poiché troppo spesso, durante i mesi estivi ed autunnali, mi capita di vedere molte koi di importazione che vengono commercializzate come Tosai ma che, per ovvi motivi anagrafici, hanno già abbondantemente compiuto un anno e quindi sono Nisai.
Tutto ciò trasmette inevitabilmente un messaggio errato ed ingannevole!

Quindi:
La parola Nisai NON significa “koi di due anni” ma ” koi che sta vivendo il suo secondo anno di vita”!!!!

Così come il termine Sansai indica una koi che ha già compiuto due anni e che è entrata nel suo terzo anno di vita!
Per chi ancora possa avere dei dubbi, faccio presente che lo schema sopra riportato è tratto dalla rivista ZNA Nichirin, quindi da ritenersi assolutamente autorevole ed inconfutabile. 

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Consigli per prevenire i danni delle gelate invernali.

Nella gestione annuale della mia koi Farm, i mesi di Dicembre, Gennaio e Febbraio sono caratterizzati dalla costante presenza del ghiaccio.

La brina sul muschio

Il mio allevamento è situato in una valle che, durante i mesi invernali, è spesso interessata dai freddi venti da Nord che mantengono costantemente basse le temperature, anche durante le ore centrali della giornata.

Naturalmente questo clima rigido condiziona in maniera radicale la vite delle mie koi e anche la mia.

Camminata sul ghiaccio

Tutte le mie koi, partendo dalle tosai per arrivare ai riproduttori, vengono allevate all’aperto, durante tutte le stagioni.

Durante l’estate, l’acqua dei due laghi e quella delle vasche di allevamento rimane per almeno 6/8 settimane ad una temperatura molto vicina ai 30 gradi centigradi mentre, nei mesi invernali, le koi rimangono sotto ad una spessa coltre di ghiaccio per almeno 3 mesi.

Lo studio della fisiologia dei pesci insegna che queste temperature “estreme”, di poco sopra lo zero e attorno ai 30 gradi, innescano nel corpo delle koi alcuni importantissimi processi metabolici che garantiscono la loro salute sul lungo periodo.

Ad esempio, il consumo delle riserve lipidiche ed alcuni processi ormonali legati al corretto funzionamento delle gonadi possono verificarsi solamente se la temperatura dell’acqua rimane costantemente alta o bassa per alcune settimane consecutive.

Nel suo libro KOI 1, il famoso autore ed esperto di koi Harald Bachman consiglia, rivolgendosi agli hobbisti nord europei, di spegnere il riscaldamento per almeno 4 settimane durante l’inverno per lasciare raffreddare l’acqua e di accenderlo durante l’estate per aiutare la temperatura a salire fino a sfiorare i 30 gradi.

Il laghetto in estate

 

Fortunatamente, nella maggior parte delle regioni italiane, non è necessario adottare questi stratagemmi ma è sufficiente lasciare fare al clima.

Se le koi sono state alimentate correttamente nella precedente stagione estiva, non avranno alcun problema ad affrontare i rigori dell’inverno.

Ovviamente, il laghetto o la vasca devono essere sufficientemente profondi da scongiurare un surgelamento dei pesci.

Koi sotto il ghiaccio

Anche la gestione dei filtri gioca un ruolo fondamentale per evitare i danni del ghiaccio poiché l’acqua in movimento tende a non congelare, mantenendo una circolazione costante sotto la superficie ghiacciata.


Nelle vasche di allevamento, sprovviste di botto drain, durante i mesi più freddi, sposto la pompa del filtro in prossimità della superficie, così, nell’eventualità di un blocco del filtro a camere a causa del ghiaccio, non corro il rischio di vuotare la vasca e ritrovarmi i pesci “nella granita”!

Invece, nel lago grande dove le pompe pescano dai dreni di fondo, già a partire dal tardo autunno, riduco drasticamente la portata d’acqua che attraversa il filtro, in modo da conservare quel minimo di termoclino consentito dal profilo batimetrico.

Con questo tipo di gestione, la superficie del lago grande ghiaccia quasi completamente, fatta eccezione per le zone attorno alla cascatella e agli skimmer.

La cascata ghiacciata

 

Per quanto riguarda il lago piccolo, invece, le zone libere dal ghiaccio sono circoscritte al punto di ingresso dell’acqua proveniente dal filtro del lago principale e all’area attorno all’imbocco del ruscello che riporta l’acqua nel lago grande.

Attraverso lo spesso strato di ghiaccio posso osservare il comportamento delle koi che non sembrano affatto disturbate dal freddo.​

Chiaramente il loro metabolismo è estremamente rallentato quindi anche il loro appetito è praticamente azzerato fatta eccezione per le karashigoi e le chagoi che continuano a brucare il fondale, quasi a ricordarci la loro affinità genetica con la carpa ancestrale.

Io smetto di alimentare le koi già a partire dalla metà di Novembre, poiché con la temperatura dell’acqua al di sotto dei 10 gradi sussiste il rischio di un blocco digestivo con esito mortale.

Questi mesi di digiuno pressoché completo non compromettono minimamente lo stato di salute delle koi a condizione che siano state correttamente alimentate durante la precedente stagione estiva ed autunnale.

Se vogliamo che le nostre carpe arrivino in perfetta forma alla stagione primaverile, occorre pianificare (magari con l’aiuto di un esperto) un anno per l’altro il regime alimentare che le koi dovranno seguire, poiché i risultati di una dieta sana, varia ed equilibrata si vedono soprattutto sul lungo periodo.


Al contrario, le koi alimentate con un solo tipo di mangime durante tutta l’estate e magari tenute a “stecchetto” perché “altrimenti il filtro non ce la fa”, potrebbero non sopravvivere all’inverno o arrivare a primavera molto indebolite, andando incontro a notevoli problemi di salute quali parassitosi e batteriosi con l’arrivo del caldo.

Concludo ricordando che il filtro non dovrebbe MAI essere il “fattore limitante”nella gestione di un laghetto.

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Caratteristiche costruttive e funzionali di un filtro a letto fluido

Negli ultimi anni, l’evoluzione dei filtri biologici per uso hobbistico ha portato all’impiego di tecniche di biodepurazione tipiche dell’acquacultura anche nei laghetti ornamentali.

Tra questi sistemi, spicca la filtrazione biologica su carriers fluttuanti.

Si tratta di un metodo che sfrutta l’attività depurativa di colonie batteriche adese ad un substrato sintetico in polietilene vergine ad alta densità. carriers fluenti

Questo carrier dalla forma simile ad un maccheroncino, possiede un’enorme superficie fruibile dai batteri e una volta maturo è caratterizzato da un peso specifico di poco inferiore a quello dell’acqua.

1

È sufficiente l’impiego di una moderata aerazione per mantenere i carriers in moto convettivo e per garantire il corretto apporto di ossigeno necessario all’azione ossidante dei batteri.

Scopri di più sull’aeratore professionale:
aeratore-professionale

Il biofilm che si crea sia sulla superficie esterna e sulle superfici interne di ciascun carrier viene continuamente lambito da un costante flusso di acqua e l’effetto delicatamente abrasivo delle bolle d’aria e dell’attrito con gli altri carriers contribuisce ad eliminare le colonie batteriche invecchiate, mantenendo il biofilm in perfetta efficienza.

 

Al contrario di ciò che accade nei tradizionali filtri biologici a letto statico con cannolicchi o aquarock, nei filtri a letto fluido la manutenzione è estremamente ridotta poiché l’accumulo dei fanghi è praticamente inesistente.

I macro organismi che vivono sulle lamelle interne dei carrier infatti, si nutrono di fanghi e di colonie batteriche morte, evitandone l’accumulo.

I filtri a letto fluido moderni, progettati e costruiti appositamente a questo scopo sono i cosiddetti filtri a pozzetto.

filtro-a-pozzetto

Si tratta di strutture simili ai tradizionali filtri a camere, con tanto di scompartimento iniziale dedicato alla filtrazione meccanica tramite spazzole per poi arrivare alle camere che ospitano i carriers del letto fluido.

A differenza dei tradizionali filtri con camere in serie, i moderni impianti a pozzetto sono strutturati in modo tale che il flusso dell’acqua attraversi le camere del letto fluido “in parallelo”.

Questo consente di dividere equamente la portata d’acqua in entrata, riducendo sensibilmente la velocità del flusso in ciascuna camera e quindi, il tempo di contatto tra le molecole d’acqua e le colonie batteriche adese ai carriers aumenta sensibilmente.
Inoltre, il movimento convettivo dei maccheroncini, mantenuto costante da una moderata aerazione, favorisce un trattamento omogeneo del lusso di acqua che attraversa ciascuna camera.

Questa organizzazione delle camere in parallelo consente, qualora fosse necessario, di isolare una o più camere, mantenendo operative le rimanenti.
Se, ad esempio, si desidera somministrare un prodotto a base di si può interrompere il flusso in una camera, somministrare i batteri per poi ripristinare il flusso il giorno dopo.

batteri depuranti, batteri-depuranti

Durante queste ore di isolamento, i carriers rimangono a stretto contatto con il prodotto aggiunto e l’aerazione garantisce un ottimale attecchimento dei nuovi ceppi batterici oltre al mantenimento in vita di quelli già presenti sui carriers.

Nella mia Koi Farm utilizzo filtri a pozzetto di fabbricazione italiana, costruiti in polipropilene termosaldato.
Questo materiale, completamente atossico, è caratterizzato da una notevole resistenza agli agenti atmosferici, alle escursioni termiche stagionali e all’usura in genere.
Ciascuna camera è dotata di un proprio scarico dei fanghi con valvola Valterra da 50mm.

Inoltre, qualora ce ne fosse la necessità, tutte le camere dedicate al letto fluido possono essere bypassate semplicemente chiudendo le saracinesche di ingresso alla parte biologica ed aprendo il tubo da 110 mm posto alla fine del “corridoio” di smistamento del flusso.
Con questo assetto, solamente la camera riempita di spazzole per la filtrazione meccanica viene interessata dal flusso di acqua.

Oltre ai filtri a pozzetto che rimangono lo strumento ottimale per l’impiego di carriers a letto fluido, esistono altre possibili soluzioni che possono essere adottate per riuscire ad utilizzare questo tipo di materiali.
Ad esempio, per chi già possiede un tradizionale filtro a camere, con alcuni opportuni accorgimenti, è possibile sostituire il tradizionale letto biologico statico di matala, aquarock, cannolicchi o crystalbio ecc.. con il letto fluido, migliorandone notevolmente la resa biologica e riducendo drasticamente la necessità di manutenzioni.

filtro-a-5-camere

Per attuare questo genere di upgrade bisogna, prima di tutto, costruire delle “gabbie” per contenere i maccheroncini fluttuanti e allo stesso tempo, consentire al flusso di acqua di permeare in maniera omogenea l’intera camera.

gabbie

A questo scopo, io utilizzo dei pannelli di rete in plastica rigida, con finestre da 12×12 mm che si sono rivelate ottimali.
Il pannello di fondo della gabbia consente di fissare le pietre porose dell’aeratore in modo da ottenere una omogeneità del flusso d’aria, favorendo il corretto moto convettivo dei carriers.

 
A questo punto, il tradizionale filtro a camere è diventato a tutti gli effetti un impianto a letto fluido con un notevole miglioramento in termini di performance, anche se non può essere utilizzato con gli stessi vantaggi di un filtro a pozzetto con camere in parallelo.

In conclusione, posso confermare grazie anche all’esperienza diretta, la straordinaria efficacia dei filtri a letto fluido, in particolare quelli a pozzetto.

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La corretta gestione del Biofilm

Impariamo a sfruttare il biofilm che si sviluppa sulle superfici sommerse del laghetto.

Che cos’è il biofilm?

Il biofilm e’ un sottile strato, dello spessore di pochi millimetri che ricopre ogni centimetro quadrato di superficie sommersa del laghetto.

Il biofilm e’ costituito da una componente abiotica e da una componente biotica.

La componente abiotica, composta da sali minerali della famiglia dei carbonati e altre sostanze argillose, funziona come substrato dove proliferano micro organismi di vario genere, batteri depuranti ed alghe che costituiscono la componente biotica.

Che aspetto ha il biofilm?

Un biofilm maturo si presenta come un sottile strato di copertura, di colore verde/ bruno, saldamente attaccato al fondale e alle pareti del laghetto, alle rocce e ad ogni superficie sommersa.

Indipendentemente dal materiale di costruzione del laghetto, sia esso cemento o telo, un biofilm maturo e’ saldamente adeso a tutte le superfici sommerse.

A cosa serve il biofilm?

Il biofilm riveste un ruolo fondamentale nel mantenere un’elevata qualità ambientale nell’ecosistema del laghetto poiché al suo interno avvengono alcuni importantissimi processi biochimici ad opera dei batteri depuranti, dei microorganismi detritivori e delle piccole alghe sessili.

La presenza di un biofilm maturo e’ così tanto importante da condizionare radicalmente la salute degli organismi acquatici che abitano il laghetto.

Senza di esso, non è possibile mantenere i pesci in salute.


In quanto tempo si forma il biofilm?

Generalmente occorrono alcuni mesi affinché si possa formare un biofilm maturo ma le tempistiche sono molto variabili e dipendono da:

1) in quali mesi dell’anno e’ stato avviato il laghetto.

2) con quale materiale e’ stato impermeabilizzato il laghetto.

3) con quali prodotti viene gestito il laghetto a livello di biologia, in particolare, sali minerali e batteri.

4) il profilo batimetrico del laghetto in questione.

Analizziamo ciascun punto singolarmente:

1) se il laghetto viene riempito ed avviato durante la primavera, l’aumento delle temperature e della durata del fotoperiodo favoriranno una più rapida formazione del biofilm.

2) generalmente, nei laghetti costruiti in cemento, il biofilm si fissa più rapidamente rispetto a quelli impermeabilizzati col telo poiché, grazie ad un maggior grado di porosità, i sali minerali aderiscono meglio alle superfici sommerse, favorendo la formazione di un sottile strato argilloso che costituisce il substrato ottimale per la proliferazione dei microorganismi acquatici animali e vegetali.

3) una gestione consapevole del laghetto, utilizzando prodotti professionali di alta qualità come batteri depuranti e sali minerali KH+ ed evitando inutili e faticose operazioni di pulizia, contribuisce al successo della fase di maturazione iniziale oltre a migliorare il mantenimento dei pesci sul lungo periodo.

4) un profilo batimetrico naturale a forma di “V” garantisce una più ampia superficie sommersa rispetto ad un profilo ad “U” con pareti verticali.

A sua volta, un’ampia superficie sommersa funziona come una grande espansione del filtro biologico favorendo il mantenimento di un elevato standard qualitativo dei parametri fisico/chimici dell’acqua.

Come si può valutare lo stato di maturazione del biofilm in un nuovo laghetto?

Un biofilm maturo si presenta come un sottile strato, di colore verde muschio, costituito da un corto tappetino di alghe piuttosto omogeneo e saldamente adeso al substrato.

Se lo si gratta con un dito, sotto le alghe si può notare uno strato di circa 2mm di sali minerali di colore marrone chiaro, quasi giallognolo.

Al contrario, un biofilm ancora immaturo tenderà a staccarsi e a disgregarsi solamente al passaggio della mano.

I pesci si nutrono del biofilm?

Le Koi si nutrono della componente vegetale del biofilm.

Spesso, e’ possibile vederle mentre brucano le alghe, ingerendo contemporaneamente anche i microorganismi ed i sali minerali che costituiscono questo importantissimo strato ricco di vita.

Se osserviamo il comportamento di una carpa selvatica che abita un fiume o un lago naturale, risulta evidente come la sua attività principale, durante tutto l’arco della giornata, consista nella ricerca del cibo, grufolando sul fondo.

Nel substrato bentonico naturale, la carpa trova una grande varietà di organismi di cui nutrirsi oltre agli importantissimi sali minerali.

Generalmente, i laghetti ornamentali hanno il fondo in cemento o in telo e le Koi non possono nutrirsi costantemente come fanno le loro cugine in natura.

Lo sviluppo di un buon biofilm consente alle Koi di poter avere a disposizione una fonte di cibo praticamente inesauribile che va ad integrare la dieta a base di mangimi specifici.

brucando il biofilm


Il biofilm influenza la chimica dell’acqua del laghetto?

All’interno del sottile strato del biofilm avvengono alcuni dei più importanti processi biochimici fondamentali per mantenere un elevato standard qualitativo dell’acqua del laghetto.

Inoltre, lo strato di sali minerali carbonatici favorisce la stabilità del valore di pH, funzionando da tampone, soprattutto nei periodi con forti precipitazioni meteorologiche.

L’assenza di questo strato minerale comporta un concreto rischio di consistenti oscillazioni del valore di pH, potenzialmente letali per i pesci.

Nella eventualità di una fioritura di alghe filamentose e’ necessario svuotare il laghetto e ripulire bene le superfici sommerse?

Assolutamente NO!!!

Per una definitiva risoluzione di questo problema rimandiamo il lettore all’articolo “come gestire correttamente le alghe filamentose”.

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Come gestire correttamente le alghe filamentose.

Le mosse vincenti nella lotta contro le alghe filamentose!
La comparsa delle temute alghe filamentose, specialmente durante il periodo primaverile, è certamente uno dei problemi più ricorrenti che preoccupa i possessori di un laghetto.

Infatti, la fioritura, talvolta massiccia di questo tipo di alghe, può compromettere seriamente la salute ed il buon funzionamento dell’intero ecosistema acquatico interessato.

In questo breve articolo saranno prese in esame alcune delle cause più frequenti della comparsa delle alghe filamentose oltre, naturalmente, alle azioni da compiere per poter vincere questa complessa lotta.
-L’aumento del fotoperiodo che caratterizza i mesi primaverili, rappresenta quasi sempre il fattore che innesca la fioritura (crescita esponenziale) delle alghe filamentose.
-L’elevato grado di limpidezza delle acque della maggior parte dei nostri laghetti, consente ai raggi solari di penetrare in profondità nella colonna d’acqua, favorendo la crescita delle alghe filamentose lungo tutto il profilo batimetrico.
-La presenza nel laghetto di piante acquatiche, messe a dimora in vasi ricchi di fertilizzanti organici, aumenta sensibilmente la concentrazione dei sali di azoto e fosforo, rispettivamente NO3 e PO4, che rappresentano la principale fonte di nutrimento per le alghe.
-L’impiego di mangimi di bassa qualità, poco nutrienti per le Koi e molto inquinanti, apportano un ulteriore carico organico all’acqua del laghetto.
-Le piogge abbondanti e frequenti, tipiche del periodo primaverile, diluiscono pericolosamente la concentrazione dei sali carbonati, rendendo instabile il valore di pH e consentendo un rapido sviluppo delle alghe filamentose.
-L’impiego di acqua proveniente da pozzi superficiali che quindi captano acque di origine meteorica, comporta il rischio di un aumento considerevole del valore di PO4 ed NO3 poiché la pioggia, prima di riempire il pozzo, spesso attraversa campi coltivati, dilavando i fertilizzanti utilizzati dagli agricoltori.

 

-La presenza di una quantità di pesci eccessiva, in rapporto alla potenza biologica dell’impianto di filtraggio rende impossibile ottenere un buon equilibrio tra i fattori biotici e abiotici dell’ecosistema. Questa instabilità cronica favorisce lo sviluppo di alghe filamentose.
Vediamo adesso come poter ovviare a questi inconvenienti: per vincere la battaglia contro le alghe filamentose è molto importante avere chiaro in mente quali siano le azioni utili e quali quelle controproducenti.

L’obbiettivo da raggiungere è l’EQUILIBRIO!!!
Se si vuole ottenere un equilibrio stabile, efficace e duraturo, la strada migliore è copiare da ciò che avviene in natura.

L’utilizzo di alghicidi ad azione chimico/fisica è da evitare categoricamente: non dimentichiamoci che sono dei veleni e come tali, hanno degli effetti collaterali pesantissimi sulla salute dei pesci, delle piante acquatiche e del laghetto nel suo insieme.

Queste sostanze uccidono rapidamente tutte le alghe presenti in vasca, dando origine, nell’arco di qualche giorno, ad una grande massa di alghe morte in decomposizione.

Come è intuitivo, questa grande quantità di alghe in decomposizione non sparisce nel nulla come per magia, ma sottopone il filtro biologico ad un carico di lavoro extra che non è in grado di svolgere.

Il risultato si traduce in un drastico peggioramento della qualità dell’acqua che ha come logica conseguenza, una fioritura algale peggiore della prima.

Naturalmente, questo è un quadro semplificativo che, ad esempio, non tiene conto degli effetti collaterali sui pesci e sulla componente biologiaca del filtro.
Anche gli interventi drastici come lo svuotamento del laghetto e la pulizia con l’idropulitrice sono azioni da evitare categoricamente!

Questo tipo di operazione, soprattutto se svolta nel periodo primaverile, sottopone i pesci ad uno stress che potrebbe rivelarsi letale.

Inoltre, lo svuotamento totale e la pulizia profonda riportano il laghetto ad uno stato di totale immaturità biologica, lavorando nella direzione diametralmente opposta a quella nella quale bisognerebbe andare per vincere la battaglia contro le alghe filamentose.
Ricordiamoci che dobbiamo portare il laghetto verso uno stato di equilibrio biochimico in cui saranno i batteri depuranti a gestire la situazione.

La parola d’ordine è EQUILIBRIO!!!!
In relazione a studi scientifici, si è potuto constatare che, un filtro biologico ben allestito e correttamente gestito (senza iterventi di pulizia drastici o troppo frequenti) raggiunge la sua piena maturazione in circa 6/8 MESI!!!

Se consideriamo il laghetto nel suo insieme come un vero e proprio ecosistema, ogni centimetro quadrato della sua superficie sommersa si comporta, a tutti gli effetti, come un’espansione del filtro biologico, dove i batteri depuranti si insediano, prolificano e svolgono la loro importante azione metabolica.
Detto questo, è facilmente intuibile l’entità del danno che deriva da uno svuotamento totale del laghetto.
Anche il trattamento col sale, finalizzato ad eliminare le alghe filamentose, è un procedimento da evitare benché, pur essendo privo di effetti collaterali sulla salute dei pesci e dei batteri depuranti, uccide rapidamente una grande massa di alghe filamentose, sovraccaricando pericolosamente il filtro biologico.
L’approccio corretto al problema della alghe filamentose si basa su una serie di azioni in sequenza logica, partendo ovviamente da un’attenta analisi delle cause del problema.

Una volta individuate le cause, bisogna assolutamente eliminarle, altrimenti sarà impossibile ottenere risultati sul lungo periodo.

Ad esempio, se risulta che le piante del laghetto siano state messe a dimora in vasi ricchi di fertilizzanti organici è necessario provvedere ad un rinvaso utilizzando gli appositi vasi per piante acquatiche, riempiti con un substrato neutro.

In questo modo le piante acquatiche, non trovando nutrienti nel substrato, propagano le loro radici capillari attraverso i fori del vaso per assorbire i nutrienti direttamente dall’acqua, contribuendo alla lotta contro le alghe grazie alla loro azione fitodepurativa.


Se invece si sta utilizzando un mangime di scarsa qualità è bene provvedere alla sua sostituzione con un cibo più adatto anche perché, molto spesso, la differenza di prezzo è di gran lunga inferiore al divario qualitativo.
Supponiamo ora di avere individuato ed eliminato le cause della fioritura algale.

Vediamo quindi come possiamo riportare alla normalità un laghetto infestato dalle alghe filamentose.
Armiamoci di pazienza e di un rastrello per olive!!!


La pazienza ci servirà perché se vogliamo dei risultati concreti e duraturi sarà necessario del tempo, mentre il rastrello per olive ci servirà per effettuare una eliminazione manuale della maggior parte delle alghe filamentose, senza correre il rischio di forare il telo del laghetto o di ferire i pesci.


Effettuata questa operazione, sarà opportuno pulire il filtro meccanico perché nel frattempo si sarà riempito con i frammenti di alghe che potrebbero essersi staccati.

Ora, se l’impianto di sterilizzazione uvc è stato ben calibrato in rapporto alla specifica realtà del laghetto in questione, non sarà un problema applicare un timer che spenga l’uvc alle 20:00 e lo riaccenda alle 06:00.
A questo punto entrano in scena le due armi principali nella lotta alle alghe filamentose:
– i nostri batteri depuranti

– la miscela di sali minerali KH+

Per circa 25/30 giorni, dovremmo somministrare QUOTIDIANAMENTE, una certa quantità di sali minerali KH+ ed una piccola dose di batteri depuranti.

Le specifiche quantità di queste due sostanze andranno determinate di volta in volta, in relazione a:
-capacità del laghetto

-valore di KH

-grado di infestazione delle alghe filamentose 
Siccome i batteri depuranti sono fotosensibili, è buona norma somministrarli all’imbrunire, ed è per questo che si rende necessaria la timerizzazione dell’uvc.

Per quanto riguarda i sali minerali KH +, non trattandosi di un prodotto fotosensibile, possono essere somministrati in qualunque orario.

È comunque buona norma mantenere una certa regolarità quindi, consiglio di somministrare entrambi i prodotti contemporaneamente, dopo il tramonto.
Considerato che ciascun laghetto è una realtà unica, con le proprie caratteristiche ed i propri equilibri, non è possibile standardizzare le tempistiche di reazione positiva a questo trattamento, ma ho potuto constatare come i primi effetti si manifestino tra il decimo e il quindicesimo giorno dall’inizio della somministrazione di batteri e sali minerali.


Il primo effetto evidente di un trend migliorativo è il cambio di colore delle alghe filamentose che, da verde brillante che erano, virano progressivamente al marrone ruggine, perdendo anche la loro consistenza iniziale fino a diventare estremamente fragili al tatto.

Si tratta di un processo graduale, che richiede alcune settimane e, proprio per questo, non sovraccarica il filtro biologico ma crea nuovi e più stabili equilibri biochimici, grazie ai quali, non ci saranno più fioriture di alghe filamentose.
Ottenuto il risultato desiderato, sarà sufficiente una somministrazione settimanale di sali minerali e batteri, per mantenere il laghetto in condizioni ottimali.

Il laghetto da 270 mila litri della della Koi Farm è esposto al sole dalla mattina alla sera, poiché gli alberi che crescono attorno ad esso sono ancora troppi giovani per fare ombra, tuttavia, l’alga filamentosa più lunga che si possa trovare difficilmente supererà i 3cm di lunghezza.


Con questa combinazione di sali minerali e batteri è possibile ottenere e mantenere un corretto biofilm su tutte le superfici sommerse del laghetto. 

Questo biofilm occupa un ruolo di primaria importanza nella depurazione del laghetto, funzionando come una enorme espansione del filtro biologico.

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Aiutiamo le nostre Koi ad affrontare al meglio la stagione primaverile e godiamoci il laghetto con la massima serenità in questa splendida stagione.

La primavera è alle porte, a Marzo il fotoperiodo è già aumentato e continuerà a farlo.

Questo è il primo stimolo che avvisa le Koi dell’imminente cambio stagionale.

Anche se le temperature sono ancora basse, le carpe sono sempre più in movimento, alla ricerca di qualcosa da mangiare.

Le basse temperature invernali ed il lungo digiuno hanno messo alla prova il sistema immunitario dei pesci.

L’apparato digerente delle Koi e’ stato fermo per alcuni mesi, in una sorta di letargo, dove il metabolismo dei pesci era ridotto al minimo, mantenendo attive le funzioni vitali di base.

Ora è il momento di rimettere in moto tutta la fisiologia delle Koi, iniziando proprio dall’alimentazione.

In questo periodo le temperature sono molto “ballerine”, poiché le prime tiepide giornate di sole si alternano a fredde settimane piovose. 

 Sarebbe molto pericoloso se un improvviso sbalzo termico bloccasse il processo digestivo nelle Koi.

Infatti, la fermentazione del mangime non digerito può causare problematiche spesso letali nelle carpe.

Per questo è fondamentale scegliere la dieta giusta per la primavera ed è altrettanto importante somministrarla correttamente, sia nelle quantità che nelle tempistiche.

Per le mie Koi ho scelto di iniziare somministrando del “mangime ricostituente affondante“a granulometria fine, un alimento molto appetibile e digeribile anche alle basse temperature, comunque non inferiori agli 8 gradi centigradi.

Cerco di somministrarlo in quantità ridotte, durante le ore centrali e più calde della giornata, inoltre, la granulometria fine favorisce una digestione più rapida, riducendo i rischi di cui sopra.

In alternativa, somministro anche del mangime “Koi cure” galleggiante, un ottimo alimento primaverile, ad alta digeribilità e anch’esso contenente diverse componenti capaci di stimolare il sistema immunitario dei pesci.

La primavera è la stagione più delicata per le Koi, dato che, durante l’inverno, l’attività del loro sistema immunitario è parecchio  diminuita e con il rialzo delle temperature gli organismi patogeni si mettono in moto molto rapidamente. 

 A questo punto, bisogna fare ripartire quanto prima l’attività del sistema immunitario dei pesci e l’unico modo è utilizzare mangimi di qualità, contenenti appositi “pacchetti immunostimolanti”.

Durante le fasi che precedono la primavera, oltre ad alimentare le Koi come ho spiegato sopra, controllo regolarmente la qualità dell’acqua con gli appositi kit di analisi Jbl.

In particolare, trattandosi di un periodo molto piovoso, bisogna monitorare costantemente il valore della durezza carbonatica “KH” che potrebbe scendere sotto valori limite, oltre i quali, questa famiglia di sali, non riuscirebbe più a garantire l’effetto tampone sul pH.

Se il valore di KH dovesse scendere sotto i 7d* KH occorre ripristinare la concentrazione di sali minerali dosando gradualmente il KH+.

Dal momento che le Koi rimettono in moto il loro metabolismo, è buona norma ricominciare con una regolare somministrazione di batteri depuranti che andranno a rinvigorire le colonie batteriche del filtro e del fondo. 

 Oltre a creare le migliori condizioni ambientali per una ripresa dell’attività delle Koi, la regolare somministrazione di batteri e di KH+, scongiura in maniera del tutto naturale, la formazione delle temute alghe filamentose.

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Utilizzo del KH+ nel laghetto

Si tratta di una particolare miscela di sali minerali fondamentali per la stabilita’ del pH dell’acqua e per una sana crescita dei pesci. Dato che i laghetti ornamentali non possiedono un naturale fondale melmoso, le carpe non riescono a trovare nei sedimenti la giusta quantita’ e varieta’ di sali minerali necessari per un corretto sviluppo muscolo/scheletrico.

La miscela di sali minerali KH+ ha la funzione di fornire i sali minerali necessari alla vita dei pesci del laghetto e contemporaneamente, aumenta la concentrazione dei sali carbonati utili per stabilizzare il valore del pH. 

Capita spesso, durante il periodo autunnale, che parecchi clienti mi chiamino, allarmati dal continuo grattarsi dei loro pesci contro gli oggetti presenti in acqua o sul fondo del laghetto.

Generalmente, non si tratta di parassitosi ma semplicemente di un abbassamento del valore di KH, (a causa delle piogge abbondanti) con conseguente oscillazione del valore di pH che provoca notevoli fastidi ed irritazioni alle mucose dei pesci, in particolare alle branchie. 

L’errore peggiore che si possa fare in questi casi e’ quello di ricorrere alla somministrazione di antiparassitari senza aver fatto fare delle adeguate analisi parassitologiche e senza aver effettuato le dovute analisi dell’acqua.

Questo comporta la completa demolizione della flora batterica del filtro e delle pareti della vasca con pericolosissimi innalzamenti dei valori di ammoniaca e di nitriti e la conseguente morte dei pesci.

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Gli effetti delle variazioni della temperatura sul metabolismo delle koi

Le koi, come tutti i pesci, sono organismi eterotermi.
Questo significa che la loro temperatura corporea è identica a quella dell’ambiente che li circonda, cioè l’acqua.
La velocità del loro metabolismo è strettamente influenzata dall’alternanza delle stagioni.
All’interno di ogni singola cellula del corpo del pesce, gli enzimi regolano la velocità delle reazioni chimiche. 

 I pesci tropicali riescono a vivere in uno stretto range di temperatura, poiché al di sotto dei 18/16 gradi centigradi i loro enzimi non sono più in grado di funzionare correttamente e così l’intero meccanismo fisiologico si blocca provocando la morte del pesce.
Al contrario, le koi sono pesci di acqua temperata, perfettamente in grado di vivere all’aperto, alle nostre latitudini, tanto in estate quanto in inverno.

Questa proverbiale adattabilità delle carpe è garantita dal fatto che possiedono enzimi in grado di funzionare alle alte temperature estive ed altri perfettamente efficaci anche a pochi gradi sopra lo zero.
Ovviamente, l’attività metabolica invernale di una koi è nettamente diversa da quella estiva e il passaggio da una condizione all’altra avviene attraverso i graduali cambi di stagione.

Da un punto di vista fisico, l’acqua è un fluido caratterizzato da un elevato calore specifico e questo garantisce delle variazioni termiche lente.

Nei laghetti di grandi dimensioni, la temperatura dell’acqua varia con estrema gradualità consentendo ai pesci di adattarsi senza problemi.  
A questo punto, è importante distinguere le variazioni stagionali dagli sbalzi termici, dato che le koi sono perfettamente adattate alle prime ma, in quanto organismi eterotermi, non tollerano i secondi.

Un cambio dell’acqua fatto con poca attenzione, un’acclimatazione frettolosa o assente così come un trasporto effettuato insacchettando i pesci con acqua più fredda di quella della vasca di provenienza, sono tutti ottimi sistemi per compromettere seriamente lo stato di salute delle koi.
Questa non è una opinione personale, ma un dato scientifico oggettivo, non opinabile.
Troppo spesso, si tende a sottovalutare la pericolosità degli sbalzi termici che, al contrario, possono risultare letali anche per grosse carpe.

Inoltre, in caso di sbalzi di temperatura non letali, gli effetti di uno stress termico possono manifestarsi anche dopo diversi giorni e questo rende più complicato collegare il malessere del pesce con il fattore scatenante.
Le conseguenze di uno shock termico variano dalle più lievi come apatia e letargia, fino ad arrivare a pericolosi effetti secondari quali le parassitosi da ciliati e flagellati.
Se si arriva a questo punto, è fondamentale intervenire quanto prima per evitare che le parassitosi indeboliscano il pesce in maniera irrecuperabile.

Personalmente, ritengo che il trattamento col sale sia la prima scelta per la cura dei postumi da shock termico, anche perché si tratta di una terapia priva di effetti collaterali e stress aggiuntivi per le carpe.

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